Marco Alberti (25-05-1972)

L’atleta si racconta – 1994
Sono trascorsi circa 20 minuti da quando sto cercando di scrivere una parola che riassuma in sè tutto ciò che sento per l’atletica, ciò che mi ha dato, insegnato, regalato, anche tolto.

Marco Alberti
Marco Alberti

Non ci sono riuscito, e allora comincio a raccontare qualcosa, partendo da quando, a 13 anni, mia madre, su invito di Paride Benini, mi prese per mano e disse:“Ti porto a fare atletica!”
Risposi:
“Ma no, mamma, io voglio diventare come Maradona!”.
Ora la ringrazio.
Seppur bambino, impiegai poco tempo per capire che in mezzo a quelle corsie riuscivo a realizzare meglio ciò che in fondo cercavo anche nel calcio, la voglia di riuscire a dimostrare quello che valevo, la gioia terribile ma vera di battere gli altri, la rabbiosa determinazione che porta a migliorarsi.
Intanto crescevo in mezzo a gente che era capace di insegnarmi anche il divertimento, e non solo l’esasperazione agonistica, forse già fin troppo presente in me.
Imparavo a vincere rispettando chi perdeva e a perdere cercando di guardare chi era stato più bravo di me.
Ero innamorato dei 100m. Un giorno Claudio Sbrighi, ex tecnico dell’Endas, mi disse: “Proviamo a saltare in lungo!”
Risposi: “Ma no, Claudio, io voglio diventare come Mennea!”.
Ora mi ritrovo a ringraziare pure lui; mi ha fatto capire una cosa che fa diventare grandi, e cioè l’accettazione del proprio limite e
la capacità di aprirsi a nuove strade.
Poi è arrivata “l’esperienza Suriani” che ancora oggi dura e produce.
Sandro Suriani, il mio tecnico, mi prese a 14 anni e mi disse: “Faremo bene!”
Mi piaceva, Sandro, era capace di non annoiare e riusciva a sopportarmi; e poi aveva in testa di farmi vincere i Campionati Italiani. Era quello che volevo, il primo piccolo sogno, che riuscimmo a realizzare solo 5 anni dopo.
Anche da Sandro ho imparato e continuo ad imparare una cosa che fa crescere e che rimane anche quando l’atletica finisce: e cioè che nella gara per la ricerca della perfezione, nella lotta quotidiana e difficile per l’ottenimento di ciò che vuoi, la persona viene prima dell’atleta e il cuore prima delle gambe, perchè neanche l’atletica, in fondo, è tutto…
Durante quelle poche interviste che ho fatto, mi è sempre stato chiesto: “Qual è il momento più bello e quello più brutto della tua vita atletica?” Io ci ho sempre pensato, ma non me ne è mai venuto in mente nessuno in particolare.
Forse il momento più brutto è tutte quelle volte che ti accorgi di non riuscire a dimostrare, a te stesso e agli altri, ciò che senti di valere.
Il momento più bello, invece, è ogni volta che senti di aver raggiunto il meglio di te, quando avverti che in quel salto, in quel lancio, in quella corsa che hai fatto si realizza tutto ciò che hai cercato di costruire.
Che tu sia 1°, 2°, 5° o 11° conta poco. In fondo, anche nello sport, vince veramente chi sa ottenere qualcosa che gli serve anche per la vita, chi impara a sacrificarsi e a non lasciare mai nulla di intentato, chi è capace di gioire per le cose riuscite e chi riesce a ricavare qualcosa anche da quelle andate male, nella consapevolezza che ognuno, forte o debole che sia, scarso o campione, è chiamato a migliorarsi. Sempre.

Marco Alberti
Ha vinto 5 titoli italiani nel salto in lungo
Ha partecipato a vari incontri Internazionali vincendo quello Italia-Russia-Germania,
3° posto in Coppa Europa under 23